Lo conoscete tutti. È il paese della felicità, ma oggi dobbiamo parlare del lato oscuro del Bhutan. La favola che tutti amano, tra monasteri sospesi e foreste intatte e la “Felicità Interna Lorda” al posto del PIL. Purtroppo dietro questo “marketing spirituale” si nasconde un lato oscuro, che il mondo ha preferito ignorare. Mentre costruiva il mito del “paese della gioia”, il governo espelleva centomila persone, cancellando un’intera identità collettiva attraverso una metodica pulizia etnica. È ora di svelare il lato oscuro della felicità bhutanese.
Lhotshampa, un popolo che viveva lì da quattrocento anni
Prima di tutto, bisogna spiegare chi sono queste persone. I Lhotshampa sono cittadini bhutanesi di origine nepalese e di religione prevalentemente induista. Sebbene piccoli gruppi si fossero stabiliti nel sud del paese già nel XVII secolo, la loro presenza divenne consistente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando lo stesso governo bhutanese incoraggiò la popolazione a lavorare e coltivare le giungle meridionali. Per decenni sono stati la spina dorsale agricola del paese. Nel 1958, il Bhutan riconobbe loro ufficialmente la cittadinanza piena. La lingua nepalese era insegnata nelle scuole e i Lhotshampa sedevano regolarmente nelle istituzioni. Erano bhutanesi. A tutti gli effetti. Fino al giorno in cui qualcuno decise che la loro “diversità” era diventata un pericolo. (Fonte Wikipedia)

Il censimento del 1985 e il lato oscuro del Bhutan
Negli anni Ottanta, il governo fece un censimento. E il risultato lo allarmò: i Lhotshampa non erano una minoranza marginale. Erano tanti. Forse un quarto della popolazione, forse quasi la metà.
Troppi, per chi voleva un paese monoculturale.
La monarchia bhutanese percepì la crescita numerica dei Lhotshampa come una potenziale minaccia all’unità nazionale. La legge sulla cittadinanza del 1985 richiedeva documentazione che provasse la residenza nel Paese prima del 1958. Ovviamente questo requisito, molti Lhotshampa non erano in grado di soddisfarlo.
Era chiaramente una trappola burocratica. Elegante, silenziosa, letale. Se non riesci a dimostrare di essere qui da prima di una certa data, non esisti. Non sei cittadino. Non sei nessuno.
Il governo impose il codice vestimentario nazionale anche ai Lhotshampa, costringendoli a indossare i vestiti della maggioranza. Le autorità rimossero inoltre la lingua nepalese dalle scuole. Vestitevi come noi. Parlate come noi. Siate come noi. Oppure sparite. (Fonte Wikipedia)
Questo censimento fu il primo passo ufficiale verso quello che oggi possiamo chiamare il lato oscuro del Bhutan.

Poi arrivarono i soldati
Le proteste non si fecero attendere. E il governo rispose nel solo modo in cui i governi autoritari sanno rispondere.
Chi partecipava alle manifestazioni veniva etichettato come “terrorista anti-nazionale”. I manifestanti furono arrestati e detenuti per mesi senza processo. (Fonte Wikipedia) Human Rights Watch documentò torture, stupri e perfino uccisioni. Non era più politica. Era persecuzione.
Il Bhutan è diventato il paese che ha prodotto il maggior numero di rifugiati pro capite al mondo. In un solo decennio ha espulso i Lhotshampa (circa un sesto dell’intera popolazione) per preservare la propria identità nazionale. (Fonte The Diplomat) Oltre 100.000 profughi bhutanesi vivevano nei campi in Nepal, e nessuno è mai potuto tornare. (Fonte Wikipedia)
Decenni in un campo. Senza nome, senza futuro.
Immaginate di avere trent’anni e di essere cresciuti tra le tende di un campo profughi in Nepal, con un documento che non vi riconosce come cittadini di nessun posto. Questo è stato il destino di migliaia di bambini Lhotshampa. Devo dire che personalmente mi provoca una grande tristezza, ma andiamo avanti. Dal 2008 comunque, Canada, Norvegia, Regno Unito, Australia e Stati Uniti accolgono ufficialmente i profughi in fuga dal Bhutan. (Fonte Wikipedia) Ma reinsediarsi in un paese straniero non è tornare a casa. È ricominciare da zero, in una lingua che non conosci, in una cultura che non è la tua.
Nei campi in Nepal, il tasso di suicidi tra i rifugiati bhutanesi ha raggiunto 20,7 ogni 100.000 persone. Questo dato tocca quota 20,3 tra i rifugiati negli Stati Uniti, quasi il doppio della media americana. (Fonte Unimondo)

La Felicità Interna Lorda nasconde il lato oscuro del Bhutan?
Eccola, la domanda che brucia.
Il Bhutan ha convinto il mondo intero che esiste un modo più umano di misurare il progresso. Niente PIL, solo benessere, armonia, spiritualità. Un’idea bellissima. Davvero.
Molti critici considerano la Felicità Nazionale Lorda soprattutto un “rimedio” per migliorare l’immagine del Bhutan all’estero, dal momento che il diritto alla felicità non sembra valere per tutti allo stesso modo. (Fonte Il Post)
Non dimentichiamoci che il Bhutan ha espulso 100.000 cittadini di origine nepalese sostenendo che non fossero “veri” bhutanesi. (Fonte Wikipedia) Questa è una delle cose più insensibili e spietate che io abbia mai letto e scritto.

Tiriamo le somme
I Lhotshampa sono stati cacciati da una terra su cui le loro famiglie vivevano da quattrocento anni. Sono stati resi invisibili per decreto. Sono stati trasformati in numeri dentro campi profughi, mentre il paese che li aveva espulsi veniva celebrato come un modello di civiltà. Forse è il momento di smettere di ammirare il Bhutan in modo così superficiale. Forse è il momento di chiederci cosa sia davvero quella felicità così tanto conclamata, costruita sull’esclusione, sul silenzio e sulla paura. Perché una felicità che ha bisogno di cacciare qualcuno per esistere non è felicità. È solo potere che si racconta bene.
Sentivo dentro di me, di dover parlare di questa storia, se non altro per rispetto dei Lhotshampa.
A questo punto vorrei chiedervi:
“Cosa resta di una favola quando il marketing smette di incantarci?”
Luca Muzi
Castel Viscardo 📍

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