Il deserto di Sonora, tra Messico e Arizona, è diventato negli ultimi trent’anni una delle frontiere più letali del pianeta. Qui non ci sono lapidi, funerali o cerimonie a ricordare chi non ce l’ha fatta. Restano soltanto croci di legno e ossa che, a volte, riemergono dalla sabbia e vengono trovate per caso. La domanda più inquietante rimane senza risposta: quanti corpi sono ancora là fuori, senza nome, senza una tomba e senza nessuno che li stia cercando?

Da dove vengono e dove sono diretti
Chi sono le persone disposte a rischiare la vita in questo tratto di deserto? Per molti, il viaggio comincia nel cosiddetto Triangolo Settentrionale dell’America Centrale: Guatemala, Honduras ed El Salvador. Altri partono dal Messico, soprattutto dagli stati meridionali come il Chiapas, da decenni segnato dalla migrazione verso il Nord.
Negli ultimi anni, alle rotte tradizionali si sono aggiunti migranti provenienti dal Venezuela e da altri Paesi sudamericani, che affrontano percorsi lunghi e pericolosi come quello attraverso il Darién.
Il primo approdo è spesso l’Arizona, da dove molti proseguono verso altre città statunitensi. Una volta arrivati, ad attenderli possono esserci familiari, comunità di connazionali o la speranza di trovare un lavoro. Dietro queste partenze non c’è soltanto la ricerca di condizioni economiche migliori, per molti lasciare il proprio Paese significa fuggire dalla violenza, dalle minacce e dall’insicurezza quotidiana, in territori dove i tassi di omicidio possono raggiungere livelli tra i più alti al mondo.

Un nome tra migliaia
Tra le migliaia di persone inghiottite dal deserto c’è anche Misael Paiz, 25 anni, originario del Guatemala. Nel settembre 2018 aveva percorso oltre 3.200 chilometri nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Il suo viaggio si interruppe nel deserto di Sonora, nella contea di Pima, in Arizona, dove il suo corpo fu ritrovato senza vita. Il medico legale stabilì successivamente che la causa del decesso era stata l’esposizione al calore estremo.

Numeri che il deserto non restituisce
I numeri raccontano solo una parte della tragedia. Nel luglio 2026, nel deserto dell’Arizona sono stati recuperati i resti di 19 migranti, il dato mensile più alto degli ultimi due anni. Dall’inizio dell’anno le vittime ritrovate sono già 73, contro le 59 dello stesso periodo del 2025. Nell’intero 2025 erano state 113. Il dato più impressionante comunque, arriva guardando indietro: Humane Borders registra oltre 4.500 morti nelle aree desertiche dell’Arizona dal 2000, mentre oltre 1.600 resti umani risultano ancora non identificati. Il numero reale potrebbe però essere molto più alto: nel deserto, i resti possono rimanere nascosti per anni, essere dispersi dagli animali o non essere mai ritrovati. Meno persone attraversano il confine, dunque, ma il deserto continua a restituire corpi. E molti altri potrebbero essere ancora là fuori, senza un nome.

Le croci di Álvaro Enciso e la mappa “Hostile Terrain 94”
Da anni, nel deserto dell’Arizona, un uomo pianta croci per restituire un nome e un luogo a chi non è più tornato. Si chiama Álvaro Enciso, immigrato dal Messico e volontario dei Tucson Samaritans. Quest’uomo costruisce croci e le porta nei punti in cui sono stati ritrovati i resti dei migranti, utilizzando i dati dell’ufficio del medico legale della contea di Pima e le coordinate GPS per individuare il luogo della morte. Ogni croce segna una vita spezzata e impedisce che quel punto del deserto diventi semplicemente un’altra coordinata su una mappa.
La stessa idea di trasformare la morte in memoria è alla base di “Hostile Terrain 94”, un progetto artistico itinerante realizzato dall’antropologo Jason De León. Una grande mappa del confine tra Arizona e Messico viene ricoperta da migliaia di cartellini colorati, ciascuno associato a una persona morta durante il tentativo di attraversare il deserto. L’installazione è stata esposta in numerose città del mondo, trasformando una statistica in una distesa di nomi, età e identità. Un modo per ricordare che dietro ogni numero c’è qualcuno che, un giorno, è partito pensando di avere ancora un futuro davanti a sé.

Perché succede: la “prevenzione attraverso la deterrenza”
Perché il deserto continua a inghiottire vite senza che nulla cambi davvero? Lo stesso antropologo Jason De León, autore del libro The Land of Open Graves, ha dato a questo fenomeno un nome preciso: “Prevention Through Deterrence”. Si tratta di una strategia adottata dal governo federale statunitense dalla metà degli anni Novanta. L’obiettivo era incanalare i migranti verso terreni remoti e impervi nella speranza che il territorio ostile scoraggi l’ingresso irregolare. Le ricerche condotte negli ultimi decenni indicano che la strategia non ha fermato la migrazione, ma ha contribuito a spostare i percorsi verso territori sempre più remoti e pericolosi. De León parla apertamente di violenza politica: il deserto diventa un’arma silenziosa che nessuno deve azionare direttamente.

Le soluzioni possibili: acqua, soccorsi e vie legali
Di fronte a una crisi che dura da decenni, la domanda è inevitabile: cosa si può fare per evitare che il deserto continui a trasformarsi in una trappola mortale? Dal 2000, Humane Borders gestisce una rete di stazioni d’acqua nel sud dell’Arizona, mentre organizzazioni come No More Deaths portano lungo le rotte migratorie acqua, cibo e assistenza medica, intervenendo anche nelle operazioni di ricerca e soccorso. Ma l’emergenza umanitaria non può essere affrontata soltanto nel deserto. I ricercatori chiedono una raccolta più accurata e condivisa dei dati sui decessi, procedure migliori per identificare i corpi e maggiori possibilità di accesso alle procedure legali di asilo.
Un’analisi pubblicata sul Journal on Migration and Human Security rileva che, ad agosto 2024, almeno 5.405 persone erano morte o risultavano disperse lungo il confine tra Stati Uniti e Messico dal 2014. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) definisce questo confine la rotta migratoria terrestre più letale al mondo. L’acqua può salvare una vita, una squadra di soccorso può trovarne un’altra, ma la soluzione, per quanto scontata, è offrire la possibilità di attraversare il confine attraverso percorsi più sicuri e legali.

Quando anche la memoria si perde
Dall’autunno del 2024, il database del Colibrí Center for Human Rights, utilizzato per confrontare i profili genetici dei familiari con i resti umani non identificati, è diventato inaccessibile ai partner che lo utilizzavano per le identificazioni. Anche le comunicazioni con il laboratorio che conservava e processava i campioni di DNA si sono interrotte, rendendo più difficile il lavoro di identificazione dei migranti scomparsi. Nel dicembre 2025, lo Stato dell’Arizona ha avviato la procedura per sciogliere l’organizzazione a causa della mancata presentazione di alcuni documenti amministrativi obbligatori.
Nel frattempo, il destino del database e dei campioni genetici raccolti negli anni è rimasto incerto. Per le famiglie che da anni cercano una risposta, la perdita di accesso a questi strumenti significa qualcosa di più della scomparsa di un archivio: significa rischiare di perdere una delle poche possibilità di dare finalmente un nome a chi non è mai tornato. Nel deserto possono scomparire i corpi, ma anche la possibilità di restituire loro un nome.

Tiriamo le somme
Non esistono cimiteri ufficiali per i morti del deserto di Sonora. Esistono croci di legno piantate a mano, coordinate GPS e barili blu d’acqua controllati regolarmente dai volontari. Esiste il silenzio delle famiglie in Guatemala, Honduras e Chiapas, sospeso nell’attesa di una telefonata che forse non arriverà mai.
E poi ci sono i numeri: decine, centinaia, migliaia. Ma i numeri, da soli, restano numeri. Dietro ognuno di essi c’è una persona, una casa lasciata alle spalle, una famiglia che aspetta e un viaggio iniziato con la speranza di una vita diversa.
Raccontare questa storia, questa volta, ha per me un significato preciso. Perché trovo insopportabile l’idea che quelle persone possano scomparire una seconda volta: prima sotto la sabbia del deserto, poi sotto l’indifferenza di chi non ha dato loro il rispetto dovuto.
DPIL (Domanda per il lettore 🤓)
“Pensi che le durissime politiche di confine abbiano una responsabilità diretta in queste morti?”
Luca Muzi
Alba Adriatica 📍
Luca nel laboratorio di Dexter
Fonti
- Humane Borders
- Ufficio del Medico Legale della Contea di Pima, Arizona
- Colibrí Center for Human Rights
- Undocumented Migration Project / Jason De León, The Land of Open Graves
- No More Deaths / No Más Muertes
Journal on Migration and Human Security (Kerwin & Martínez, 2024) - Amnesty International Italia
- Medici Senza Frontiere
- WOLA (Washington Office on Latin America)
- Tucson Samaritans / progetto “Where Dreams Die” di Álvaro Enciso
- High Country News

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