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Cimiteri di sabbia: le croci invisibili dei migranti nel deserto di Sonora
Tempo di lettura 6 min

Il deserto di Sonora, tra Messico e Arizona, è diventato negli ultimi trent’anni una delle frontiere più letali del pianeta. Qui non ci sono lapidi, funerali o cerimonie a ricordare chi non ce l’ha fatta. Restano soltanto croci di legno e ossa che, a volte, riemergono dalla sabbia e vengono trovate per caso. La domanda più inquietante rimane senza risposta: quanti corpi sono ancora là fuori, senza nome, senza una tomba e senza nessuno che li stia cercando?

Deserto del Sonora

Da dove vengono e dove sono diretti

Chi sono le persone disposte a rischiare la vita in questo tratto di deserto? Per molti, il viaggio comincia nel cosiddetto Triangolo Settentrionale dell’America Centrale: Guatemala, Honduras ed El Salvador. Altri partono dal Messico, soprattutto dagli stati meridionali come il Chiapas, da decenni segnato dalla migrazione verso il Nord.

Negli ultimi anni, alle rotte tradizionali si sono aggiunti migranti provenienti dal Venezuela e da altri Paesi sudamericani, che affrontano percorsi lunghi e pericolosi come quello attraverso il Darién.
Il primo approdo è spesso l’Arizona, da dove molti proseguono verso altre città statunitensi. Una volta arrivati, ad attenderli possono esserci familiari, comunità di connazionali o la speranza di trovare un lavoro. Dietro queste partenze non c’è soltanto la ricerca di condizioni economiche migliori, per molti lasciare il proprio Paese significa fuggire dalla violenza, dalle minacce e dall’insicurezza quotidiana, in territori dove i tassi di omicidio possono raggiungere livelli tra i più alti al mondo.

Un nome tra migliaia

Tra le migliaia di persone inghiottite dal deserto c’è anche Misael Paiz, 25 anni, originario del Guatemala. Nel settembre 2018 aveva percorso oltre 3.200 chilometri nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Il suo viaggio si interruppe nel deserto di Sonora, nella contea di Pima, in Arizona, dove il suo corpo fu ritrovato senza vita. Il medico legale stabilì successivamente che la causa del decesso era stata l’esposizione al calore estremo.

Numeri che il deserto non restituisce

I numeri raccontano solo una parte della tragedia. Nel luglio 2026, nel deserto dell’Arizona sono stati recuperati i resti di 19 migranti, il dato mensile più alto degli ultimi due anni. Dall’inizio dell’anno le vittime ritrovate sono già 73, contro le 59 dello stesso periodo del 2025. Nell’intero 2025 erano state 113. Il dato più impressionante comunque, arriva guardando indietro: Humane Borders registra oltre 4.500 morti nelle aree desertiche dell’Arizona dal 2000, mentre oltre 1.600 resti umani risultano ancora non identificati. Il numero reale potrebbe però essere molto più alto: nel deserto, i resti possono rimanere nascosti per anni, essere dispersi dagli animali o non essere mai ritrovati. Meno persone attraversano il confine, dunque, ma il deserto continua a restituire corpi. E molti altri potrebbero essere ancora là fuori, senza un nome.

Deserto de Sonora. Fonte Focus

Le croci di Álvaro Enciso e la mappa “Hostile Terrain 94”

Da anni, nel deserto dell’Arizona, un uomo pianta croci per restituire un nome e un luogo a chi non è più tornato. Si chiama Álvaro Enciso, immigrato dal Messico e volontario dei Tucson Samaritans. Quest’uomo costruisce croci e le porta nei punti in cui sono stati ritrovati i resti dei migranti, utilizzando i dati dell’ufficio del medico legale della contea di Pima e le coordinate GPS per individuare il luogo della morte. Ogni croce segna una vita spezzata e impedisce che quel punto del deserto diventi semplicemente un’altra coordinata su una mappa.

La stessa idea di trasformare la morte in memoria è alla base di “Hostile Terrain 94”, un progetto artistico itinerante realizzato dall’antropologo Jason De León. Una grande mappa del confine tra Arizona e Messico viene ricoperta da migliaia di cartellini colorati, ciascuno associato a una persona morta durante il tentativo di attraversare il deserto. L’installazione è stata esposta in numerose città del mondo, trasformando una statistica in una distesa di nomi, età e identità. Un modo per ricordare che dietro ogni numero c’è qualcuno che, un giorno, è partito pensando di avere ancora un futuro davanti a sé.

Álvaro Enciso

Perché succede: la “prevenzione attraverso la deterrenza”

Perché il deserto continua a inghiottire vite senza che nulla cambi davvero? Lo stesso antropologo Jason De León, autore del libro The Land of Open Graves, ha dato a questo fenomeno un nome preciso: “Prevention Through Deterrence”. Si tratta di una strategia adottata dal governo federale statunitense dalla metà degli anni Novanta. L’obiettivo era incanalare i migranti verso terreni remoti e impervi nella speranza che il territorio ostile scoraggi l’ingresso irregolare. Le ricerche condotte negli ultimi decenni indicano che la strategia non ha fermato la migrazione, ma ha contribuito a spostare i percorsi verso territori sempre più remoti e pericolosi. De León parla apertamente di violenza politica: il deserto diventa un’arma silenziosa che nessuno deve azionare direttamente.

Hostile Terrain 94

Le soluzioni possibili: acqua, soccorsi e vie legali

Di fronte a una crisi che dura da decenni, la domanda è inevitabile: cosa si può fare per evitare che il deserto continui a trasformarsi in una trappola mortale? Dal 2000, Humane Borders gestisce una rete di stazioni d’acqua nel sud dell’Arizona, mentre organizzazioni come No More Deaths portano lungo le rotte migratorie acqua, cibo e assistenza medica, intervenendo anche nelle operazioni di ricerca e soccorso. Ma l’emergenza umanitaria non può essere affrontata soltanto nel deserto. I ricercatori chiedono una raccolta più accurata e condivisa dei dati sui decessi, procedure migliori per identificare i corpi e maggiori possibilità di accesso alle procedure legali di asilo.

Un’analisi pubblicata sul Journal on Migration and Human Security rileva che, ad agosto 2024, almeno 5.405 persone erano morte o risultavano disperse lungo il confine tra Stati Uniti e Messico dal 2014. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) definisce questo confine la rotta migratoria terrestre più letale al mondo. L’acqua può salvare una vita, una squadra di soccorso può trovarne un’altra, ma la soluzione, per quanto scontata, è offrire la possibilità di attraversare il confine attraverso percorsi più sicuri e legali.

Immagine generata con IA

Quando anche la memoria si perde

Dall’autunno del 2024, il database del Colibrí Center for Human Rights, utilizzato per confrontare i profili genetici dei familiari con i resti umani non identificati, è diventato inaccessibile ai partner che lo utilizzavano per le identificazioni. Anche le comunicazioni con il laboratorio che conservava e processava i campioni di DNA si sono interrotte, rendendo più difficile il lavoro di identificazione dei migranti scomparsi. Nel dicembre 2025, lo Stato dell’Arizona ha avviato la procedura per sciogliere l’organizzazione a causa della mancata presentazione di alcuni documenti amministrativi obbligatori.

Nel frattempo, il destino del database e dei campioni genetici raccolti negli anni è rimasto incerto. Per le famiglie che da anni cercano una risposta, la perdita di accesso a questi strumenti significa qualcosa di più della scomparsa di un archivio: significa rischiare di perdere una delle poche possibilità di dare finalmente un nome a chi non è mai tornato. Nel deserto possono scomparire i corpi, ma anche la possibilità di restituire loro un nome.

Tiriamo le somme

Non esistono cimiteri ufficiali per i morti del deserto di Sonora. Esistono croci di legno piantate a mano, coordinate GPS e barili blu d’acqua controllati regolarmente dai volontari. Esiste il silenzio delle famiglie in Guatemala, Honduras e Chiapas, sospeso nell’attesa di una telefonata che forse non arriverà mai.
E poi ci sono i numeri: decine, centinaia, migliaia. Ma i numeri, da soli, restano numeri. Dietro ognuno di essi c’è una persona, una casa lasciata alle spalle, una famiglia che aspetta e un viaggio iniziato con la speranza di una vita diversa.
Raccontare questa storia, questa volta, ha per me un significato preciso. Perché trovo insopportabile l’idea che quelle persone possano scomparire una seconda volta: prima sotto la sabbia del deserto, poi sotto l’indifferenza di chi non ha dato loro il rispetto dovuto.

DPIL (Domanda per il lettore 🤓)

“Pensi che le durissime politiche di confine abbiano una responsabilità diretta in queste morti?”

Luca Muzi

Alba Adriatica 📍

Luca nel laboratorio di Dexter

Fonti

  • Humane Borders
  • Ufficio del Medico Legale della Contea di Pima, Arizona
  • Colibrí Center for Human Rights
  • Undocumented Migration Project / Jason De León, The Land of Open Graves
  • No More Deaths / No Más Muertes
    Journal on Migration and Human Security (Kerwin & Martínez, 2024)
  • Amnesty International Italia
  • Medici Senza Frontiere
  • WOLA (Washington Office on Latin America)
  • Tucson Samaritans / progetto “Where Dreams Die” di Álvaro Enciso
  • High Country News

15 risposte a “Cimiteri di sabbia: le croci invisibili dei migranti nel deserto di Sonora”

  1. Avatar Kikkakonekka

    Le migrazioni continueranno sempre, come sono sempre esistite, perché le persone cercano – e ne hanno diritto – condizioni di vita migliori per sé stessi e per i propri cari.
    Il problema non è nemmeno la migrazione in sé stessa, quanto il fatto che nei Paesi di origine esistano situazioni (politiche, economiche, climatiche) non risolte da secoli.

    1. Avatar Luca Muzi

      Grazie davvero per essere passata e per il tuo sostegno a questo racconto. Dare visibilità a ciò che si tende a ignorare è l’unico modo che abbiamo per far sì che questi numeri ritornino a essere storie di persone, con nomi e volti. Grazie ancora 🙏

      1. Avatar Kikkakonekka

        “passato”
        😀
        Andrea/K
        Ciao

  2. Avatar Le perle di R.

    Penso che tutte le politiche ne abbiano responsabilità

    1. Avatar Luca Muzi

      Grazie per aver letto e lasciato il tuo pensiero. Condivido la tua analisi: c’è una responsabilità politica diffusa e sistemica che va oltre i singoli governi o confini. Quando l’attenzione verso la vita umana e la sicurezza passa in secondo piano, le conseguenze ricadono sempre sulle persone più vulnerabili. Continuare a parlarne e a restituire un nome e una dignità a queste storie è il primo passo per non rassegnarci.

  3. Avatar Vincenza63

    È una cosa veramente disumana, del resto ormai negli stati unici anche la protezione dei propri cittadini è scarsa.

    1. Avatar Luca Muzi

      Grazie di cuore Vincenza per questo spunto di riflessione. Centri perfettamente il punto: la migrazione fa parte della storia umana, ma l’impossibilità di risolvere le crisi sociali, economiche e climatiche alla radice, unita alla mancanza di percorsi legali e sicuri, trasforma il diritto di cercare una vita migliore in una trappola mortale. È proprio questa indifferenza strutturale che rende la tragedia ancora più disumana. Un caro saluto 🙏

      1. Avatar Vincenza63

        L’ho ripubblicato sul mio blog

  4. Avatar maxilpoeta

    Là hanno il deserto, qui abbiamo il mare, i numeri potrebbero tranquillamente confrontarsi fra loro, quelli che la muoiono nel deserto qui lo fanno in mare. E spesso questi numeri sono solo approssimativi, talvolta si basano sui racconti di chi li ha visti, poi bisogna vedere quanti sono scomparsi senza che nessuno ne sappia niente, un po’ la stessa cosa che capita in quel deserto…

    1. Avatar Luca Muzi

      Grazie Max per questo confronto drammaticamente puntuale. Hai colto esattamente la radice del problema: che si tratti di distese di sabbia o di distese d’acqua, la dinamica è la medesima. Il Mediterraneo e il deserto di Sonora sono due facce della stessa medaglia, specchi di una tragedia in cui la stima dei numeri ufficiali è sempre al ribasso rispetto ai troppi ‘invisibili’ di cui si perdono le tracce. Restituire valore a questi racconti è l’unico modo per non lasciare che l’oblio inghiotta le loro storie. Un caro saluto.

  5. Avatar marisa salabelle

    Che mondo orrendo…

    1. Avatar Luca Muzi

      Grazie Marisa per essere passata. È vero, fa rabbia. Ma finché ci si sdegna e non ci si abitua all’indifferenza, c’è ancora la possibilità di pretendere un cambiamento. Non smettiamo di parlarne. Un caro saluto.

      1. Avatar marisa salabelle

        Certo. Un saluto anche a te.

  6. […] Cimiteri di sabbia: le croci invisibili dei migranti nel deserto di Sonora […]

  7. Avatar pensierini

    Ma certo. Tutte le morti hanno un colpevole. È crudele, oltre che inutile, cercare di fermare con uno scoglio l’onda, anzi lo tsunami, dell’immigrazione per bisogno. Con la crisi climatica, lo spostamento di intere popolazioni del Sud del mondo aumenterà ancora. Cosa vogliamo fare, noi privilegiati del Nord? Ammazzarli tutti, sterminarli?

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