Mi sveglio, apro il computer, controllo le statistiche come faccio ogni mattina. Ore di scrittura, ricerche, inchieste che mi sono costate tempo ed energie, diventate invisibili nel giro di poche settimane.
Non è stato un errore che ho potuto correggere. Non è arrivato un avviso che ho potuto contestare. È stato come sbattere contro un muro invisibile. Un algoritmo che non risponde a nessuno ha iniziato a limitare la diffusione dei miei contenuti proprio dopo aver affrontato temi scomodi che ritenevo necessario raccontare.
Il calo non è stato graduale, né casuale.
Me ne sono accorto in modo netto proprio nei momenti in cui ho scelto di usare parole più dirette. Più la realtà raccontata diventava scomoda, più la diffusione crollava. Una coincidenza che, a forza di ripetersi, ha smesso di sembrarmi tale.
Se un sistema automatico può cancellare la voce di chi scrive in modo indipendente, senza un dialogo, senza un volto dietro la decisione, mi ha portato a farmi una domanda che non riesco a togliermi dalla testa: chi decide davvero chi ha diritto di esistere online? E soprattutto, può ancora dirsi umano, l’essere umano che subisce tutto questo in silenzio, senza reagire?
Il fatto
Vedere crollare il proprio lavoro nel silenzio più totale fa male. Non ci sono spiegazioni, solo notifiche fredde e grafici che scendono, come se le tue parole fossero finite in un buco nero.
Dietro lo schermo non c’è nessuno. C’è solo una logica invisibile che non accetta repliche. Tu passi le ore a curare un articolo, a verificare i fatti, a metterti nei panni di chi quella storia la vive sulla pelle. Poi arriva una formula e, in un secondo, decide di oscurarti. Non perché il pezzo non valga, ma solo perché non risponde alle regole del mercato.
La vera frustrazione è l’impossibilità di difendersi. Non puoi alzare il telefono, non puoi parlare con una persona in carne e ossa. C’è solo un meccanismo cieco che cancella, tira dritto e ti lascia lì, da solo, con il dubbio più logorante: è solo un caso o dà fastidio la verità?

La sottile linea della censura silenziosa degli algoritmi.
C’è una domanda che mi pongo da quando ho iniziato a vedere il drastico calo dei numeri e nessun nuovo iscritto: perché un blog indipendente come il mio improvvisamente inizia a soffrire?
Indagando, cercando in rete e soprattutto trovando riscontro e confronto con altri blogger, ho trovato quella che potrebbe essere la risposta: l’algoritmo. Esso premia chi si omologa, chi insegue il clickbait, chi monetizza l’attenzione con contenuti spesso molto sterili che si replicano all’infinito. Quello che personalmente mi ha infastidito è che quando ho tentato di fare inchiesta, a parlare di temi reali, crudi, sociali, di quelli che disturbano veramente, ho avuto la sensazione di essere stato penalizzato perché gli argomenti trattati risultavano scomodi o difficili da classificare per i sistemi automatici, oppure perché non rientravano perfettamente nelle linee guida imposte dalle piattaforme, a causa delle parole e degli argomenti trattati.
Tutto questo, per me, ha il sapore di una censura silenziosa degli algoritmi. Non bandisce e non vieta: semplicemente, rende invisibili. Ed è proprio questa invisibilità silenziosa, priva di motivazioni e di responsabili, la forma di controllo più efficace che esista oggi, per chi come molti di noi cercano di raccontare tutti i colori del nostro pianeta.

La resistenza: lo sbarco altrove
Davanti a questo muro, la mia reazione non può essere fermarmi. Chi scrive per raccontare, non per vendere, ha il dovere di denunciare la censura silenziosa degli algoritmi. Per questo, da oggi, sbarco anche su Tumblr, un altro canale, un’altra porta aperta, perché nessun algoritmo possa decidere da solo chi merita di essere letto.
A chi mi legge, e nel tempo ha apprezzato i miei contenuti, l’appello è semplice: cercate i miei contenuti, non aspettate che sia un algoritmo a mettervelo sotto il naso. Andate a cercare le voci che vi interessano, salvatele, condividetele, tornateci. Sostenere quella che io chiamo “diffusione indipendente” e i blog personali con un click, una condivisione, un segnalibro, non è un gesto piccolo. Credo che ad oggi, sia un metodo reale per impedire che queste voci vengano spente per sempre.

Il motto che non cambia
Il mio blog nasce con un’idea semplice, che ripeto a me stesso ogni volta che apro la pagina bianca: conoscere il mondo per cambiarlo. Non si cambia ciò che si ignora, e non si conosce davvero un fenomeno raccontandolo solo nelle sue parti comode, accettabili, digeribili. Serve parlare anche di ciò che è crudo, scomodo, difficile da guardare, perché è proprio lì che si nasconde la parte di realtà che gli altri preferiscono lasciare nell’ombra, raccontandolo a volte anche con parole dure.
Potranno ridurne la visibilità. Potranno penalizzarlo, nasconderlo nei risultati, farlo sparire dalle ricerche. Ma c’è una cosa che nessun algoritmo potrà mai decidere al posto mio: quando smettere. Quella scelta resta solo mia, e non la farò sulla base di un punteggio matematico che non sa distinguere un’inchiesta da un contenuto vuoto.

Tiriamo le somme
Chi scrive per raccontare il mondo, e non per compiacere un sistema, lo fa sapendo che il prezzo da pagare può essere il silenzio. Se sei arrivato fino a qui, fai già parte della resistenza di cui parlo in questo contenuto. Ogni lettore che mi cerca attivamente, che condivide, che torna a leggere senza aspettare che sia una macchina a deciderlo per lui, tiene viva una voce che altrimenti rischierebbe di spegnersi. E questo, in un’epoca che misura tutto in click e conformità, per me vale più di qualsiasi algoritmo.
Oggi ho deciso di cambiare genere di racconto perché anche questo andava raccontato. Nonostante il blocco quasi totale degli iscritti da qualche mese, chi ci sta da prima continua a leggere, commentare e confrontarsi anche via mail, e per questo vi ringrazio infinitamente. Il nostro laboratorio non indietreggerà di una virgola, perché grazie anche a voi continueremo a conoscere il mondo per cambiarlo.
“Se ti ritrovi in queste parole, aiutami a diffonderle condividendo il post.”
DPIL (Domanda per il lettore 😊)
“Fino a che punto ti fidi di quello che ti mostra uno schermo?”
Luca Muzi
Castel Viscardo 📍

Rispondi