Luca nel laboratorio di Dexter

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Il Solipsismo: E se fossi l’unica coscienza reale dell’universo?
Tempo di lettura 5 min

Prova a fare un esperimento, adesso, mentre leggi. Guardati intorno e chiediti: come faccio a sapere per certo che tutto questo esiste davvero? E soprattutto, come faccio a sapere che le persone che mi circondano provino davvero qualcosa dentro di sé? Come posso essere certo che dietro quegli occhi ci sia una coscienza?
È una domanda inquietante, ma ha un nome: solipsismo. E da secoli porta la filosofia davanti a una possibilità difficile da ignorare.

Un’idea vecchia, ma mai davvero sepolta

Non serve fare un corso di storia della filosofia per capirla: basta sapere che, nel Seicento, Cartesio si chiese che cosa possiamo davvero conoscere con certezza. Se dubito di tutto, almeno una cosa rimane impossibile da negare: sto pensando, e quindi esisto come soggetto pensante. Da allora, altri filosofi hanno portato quel dubbio in direzioni ancora più radicali, interrogandosi sull’esistenza del mondo esterno, sulla realtà delle altre coscienze e sui limiti della nostra percezione. Il punto è che quel dubbio, una volta acceso, non si è mai più spento del tutto.

Perché non puoi vincere questa partita

Ecco perché il solipsismo fa più paura di tante altre idee filosofiche: non puoi confutarlo fino in fondo. Prova a farlo, se vuoi. Chiedi a un amico di pizzicarti un braccio per sentire un dolore “reale”. Chiedi a mille persone di confermarti che vedono lo stesso cielo che vedi tu. Fotografa, registra, misura tutto quello che vuoi.
Il problema è che ogni prova che raccoglierai passerà comunque attraverso i tuoi occhi, le tue orecchie, la tua mente. Non esiste un modo per uscire da te stesso e controllare la realtà “da fuori”. Sei chiuso dentro la stanza dei tuoi stessi pensieri, e ogni finestra che provi ad aprire è solo un altro quadro dipinto sulla parete.

Qualunque argomento qualcuno possa portarti per convincerti che il mondo esterno esiste, sarà comunque un’esperienza che stai vivendo tu. E proprio qui il ragionamento diventa un cerchio difficile da spezzare. Possiamo dedurre che chi abbiamo davanti provi dolore, gioia o amore osservando il suo comportamento, le sue parole e le sue reazioni. Ma non possiamo entrare direttamente nella sua esperienza soggettiva per verificarlo. E se, dietro gli occhi di chi ami, non ci fosse davvero nessuno?

Il solipsismo nel 2026: non è solo teoria da salotto

Se pensi che il solipsismo sia un tema chiuso dentro qualche vecchio libro di filosofia, ti sbagli. Nel 2026 il termine continua a riemergere nel dibattito pubblico, anche per descrivere un modo di pensare in cui il proprio punto di vista finisce per essere percepito come l’unico realmente valido. Non si tratta di una diagnosi clinica e non basta certo usare la parola “solipsista” per descrivere un disturbo psicologico. Ma il fatto che un concetto nato in ambito filosofico venga ancora utilizzato per interpretare comportamenti e atteggiamenti contemporanei dimostra quanto il problema sia rimasto presente nella nostra cultura.

E non è un caso isolato. È proprio online, tra video brevi, forum e discussioni sui social, che il solipsismo viene spesso accostato alla teoria della simulazione, ovvero l’ipotesi che ciò che chiamiamo realtà possa essere un ambiente artificiale così sofisticato da risultare indistinguibile dal mondo reale (ne abbiamo già parlato e in fondo lascerò il link). Le due idee non coincidono, ma condividono una stessa domanda inquietante: e se ciò che vediamo, tocchiamo e sentiamo non fosse esattamente ciò che crediamo?

Perché ci riguarda tutti, non solo i filosofi

Il motivo per cui questo pensiero continua a tornare, generazione dopo generazione, non riguarda soltanto la logica. Riguarda qualcosa di molto più umano, ovvero la paura di essere soli, davvero soli, in un universo che potrebbe non contenere nessun’altra coscienza oltre alla nostra. Forse è proprio questo che rende il solipsismo così difficile da dimenticare. Non mette in discussione soltanto l’esistenza del mondo. Mette in discussione una delle certezze più rassicuranti che abbiamo: che le persone che amiamo abbiano, dentro di sé, una coscienza simile alla nostra.

E se gli altri fossimo noi?

È proprio cercando ancora tra le discussioni online che mi sono imbattuto in un’idea che prende questo stesso dubbio e lo ribalta completamente: la cosiddetta Teoria dell’Uovo, resa famosa dall’omonimo racconto di Andy Weir. Se il solipsismo ci porta a chiederci se gli altri abbiano davvero una coscienza, questa teoria immagina qualcosa di ancora più vertiginoso: e se tutte le coscienze fossero, in realtà, la stessa? Nel racconto, ogni persona che ha vissuto, vive o vivrà nell’universo è una manifestazione della medesima coscienza.

Tu sei stato ogni essere umano, e ogni essere umano è stato, o sarà, te. Non sei quindi l’unica coscienza in un universo vuoto: sei una coscienza che attraversa tutte le altre. È una teoria nata dalla narrativa, non una spiegazione scientifica della realtà, ma il suo fascino sta proprio nel modo in cui capovolge il solipsismo. Non più “e se gli altri non esistessero davvero?”, ma “e se gli altri fossimo noi?”. A quel punto anche un gesto apparentemente piccolo cambia significato: ferire qualcuno significherebbe ferire una parte di te, mentre comprendere, aiutare o amare un’altra persona diventerebbe, in qualche modo, un modo per prenderti cura di te stesso.

Tiriamo le somme

Alla fine, il solipsismo non ci spaventa perché è un rompicapo per filosofi con troppo tempo libero. Ci spaventa perché tocca una delle paure più antiche e più umane che esistano: la possibilità di essere completamente soli in un universo che potrebbe non contenere nessun’altra coscienza oltre alla nostra.
Prima di conoscere questo termine, quella stessa domanda mi aveva già accompagnato per anni, in una forma più semplice: e se fossi l’unico vero protagonista, circondato soltanto da comparse?

Scoprire che quella domanda aveva un nome e una lunga storia nella filosofia non l’ha risolta. Ma almeno mi ha fatto sentire meno solo nel dubbio.

Perché forse la vera risposta al solipsismo non arriva dalla logica, che non può chiudere definitivamente questa possibilità, ma da una scelta quotidiana, quasi ostinata: continuare a credere negli altri, a fidarsi di loro, ad amarli, anche sapendo che non potremo mai avere una prova assoluta della loro esperienza interiore.
Non possiamo dimostrare fino in fondo che gli altri siano coscienti. Possiamo però scegliere di vivere come se lo fossero.
E forse, davanti alla possibilità di essere soli nell’universo, questa è la scelta più logica che abbiamo. Ho scritto questo articolo per provare a conoscere meglio questa idea, spinto soprattutto dalla mia curiosità. E, a dire il vero, ora mi sento più confuso di prima, ma anche con molte più domande.

DMPIL (Domanda per il lettore 🤓)

Se scoprissi domani che il solipsismo è vero, cosa faresti?”

Luca Muzi

Castel Viscardo 📍

lucanellaboratoriodidexter.org

Se ti è piaciuto il contenuto, ti allego anche l’articolo sul mistero della simulazione Qui 😊

Fonti

  • Stanford Encyclopedia of Philosophy – Descartes’ Epistemology. Cartesio, dubbio metodico e Cogito.
  • Stanford Encyclopedia of Philosophy – Other Minds. Il problema filosofico di sapere se le altre persone abbiano una coscienza.
  • Internet Encyclopedia of Philosophy – Solipsism and the Problem of Other Minds. Definizione e approfondimento del solipsismo.
  • Nick Bostrom – Are You Living in a Computer Simulation?. Teoria della simulazione.
  • Andy Weir – The Egg. Fonte originale della cosiddetta Teoria dell’Uovo.

2 risposte a “Il Solipsismo: E se fossi l’unica coscienza reale dell’universo?”

  1. Avatar pensierini

    Interessante. Io, nelle mie riflessioni giovanili, non mi spingevo fino al solipsismo, ma mi chiedevo se la percezione dei suoni e dei colori fosse diversa per ognuno di noi, dato che è processata dai nostri nervi e dal nostro cervello, e in realtà ne sono tuttora convinta. Ma la presenza degli altri non l’ho mai messa in dubbio. Spero di aver risposto alla tua domanda.

  2. Avatar Le perle di R.

    L’idea che la realtà che viviamo e percepiamo interiormente sia differente da quella che vive e percepisce un altro essere (persona, animale, pianta…) ha già toccato i miei pensieri. Mentre non ho mai creduto che gli altri non avessero coscienza o che fossero solo delle comparse, ma che ognuno di noi viva e senta in maniera differente e che questo ci rende unici e parimenti soli nel mondo; anche nei casi in cui si vive una esperienza comune. Penso che ci sia una invalicabile distanza tra noi e gli altri, anche nei rapporti più stretti ed è ciò che ci fa sentire a volte quel senso di estraneità.

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