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Slab City: anarchia, sopravvivenza e dignità

Nel deserto della California meridionale, a poche miglia dal Salton Sea, esiste un luogo che sfida ogni convenzione della società moderna. Oggi parleremo di Slab City, nota anche come “The Last Free Place in America”.

Che cos’è Slab City

Slab City è essenzialmente un accampamento permanente non regolamentato che si estende su circa 640 acri di terreno statale nel deserto del Colorado. Bisogna precisare che non è una città nel senso tradizionale: non ha governo municipale, non fornisce servizi pubblici e non riscuote tasse. I residenti vivono in roulotte, camper, baracche costruite con materiali di recupero, tende o qualsiasi altra struttura riescano a assemblare. La comunità è organizzata in diversi “quartieri”, ciascuno con la propria identità. Tra i residenti possiamo trovare artisti, veterani, pensionati con pensioni modeste. Non mancano ovviamente persone senza fissa dimora, fuggiaschi dalla società “mainstream”, hippies invecchiati, giovani in cerca di alternative, e individui con problemi di salute mentale o dipendenza. Alcuni sono lì per scelta ideologica, altri per necessità economica. Ci sono persone che hanno vissuto a Slab City per decenni e “snowbirds” (persone che arrivano solo per i mesi invernali). Trovo curioso e affascinante che alcuni abitanti, pur avendo i mezzi per una vita “ordinaria”, scelgano comunque questo stile di vita.

Fonte: Wikipedia

Storia, origini e curiosità

Slab City deve il suo nome alle lastre di cemento (slabs) presenti fin dall’inizio. Queste fondamenta sono ciò che rimane di Camp Dunlap, una base di addestramento della Marina degli Stati Uniti costruita durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la chiusura della base nel 1961, il governo smantellò gli edifici ma lasciò le piattaforme di cemento. Nel corso degli anni, queste lastre sono diventate il fondamento su cui generazioni di residenti hanno costruito le loro dimore improvvisate.

Fonte: La Stampa

Legislazione e status giuridico

Il paradosso di Slab City è proprio la sua “zona grigia” legale. Il terreno appartiene allo Stato della California, che “in teoria” non permette occupazioni permanenti. Tuttavia, per decenni lo stato ha adottato una politica di estrema tolleranza, evitando sfratti di massa. L’intervento delle forze dell’ordine generalmente è limitato a casi gravi. Chiaramente questo vuoto legislativo crea sia libertà che vulnerabilità. I residenti non pagano affitti né tasse sulla proprietà, ma non hanno (ovviamente) nemmeno diritti legali sul territorio che occupano. Periodicamente sorgono timori di sgomberi, ma finora lo Stato ha mantenuto un approccio di non-intervento.

Fonte: Wikipedia
Criminalità e sicurezza

La questione della criminalità a Slab City è complessa e spesso travisata dai media. La realtà è sfumata: esistono problemi legati a droga, furti e occasionali episodi di violenza, ma molti residenti sottolineano che la maggior parte della comunità è pacifica e che i membri si aiutano reciprocamente. Senza polizia regolare, i residenti hanno sviluppato sistemi informali di sicurezza e risoluzione dei conflitti. Alcuni quartieri sono considerati più sicuri di altri. Stando ai racconti dei residenti, The Range ha una reputazione più problematica rispetto alle aree più vicine all’East Jesus o alla Salvation Mountain. La mancanza di supervisione legale attrae inevitabilmente anche persone in fuga dalla legge o con problemi di dipendenza. Tuttavia, credo che dipingere Slab City come un luogo completamente anarchico e pericoloso sia riduttivo. Molti residenti parlano di un forte senso di comunità e di regole non scritte che governano le interazioni quotidiane. Una moltitudine di contenuti presenti in rete lo testimoniano. A seguire vi allego il collegamento ad un video realizzato dal canale YouTube Ruhi Cenet Documentaries, dove poter vedere numerose interviste agli abitanti. Link

Come si vive

La vita quotidiana a Slab City richiede forza d’animo e ingegnosità, con l’assenza dei servizi pubblici, i residenti devono essere autosufficienti. L’elettricità proviene solamente da pannelli solari o generatori. L’acqua invece viene trasportata in taniche da Niland, a circa cinque chilometri di distanza, dove i residenti fanno anche la spesa e gestiscono le possibili necessità burocratiche. Per quanto riguarda i rifiuti, alcuni residenti li portano alle discariche pubbliche, altri li bruciano o li accumulano, creando chiaramente gravi problemi ambientali. I servizi igienici sono rudimentali, composti da fosse biologiche, toilette chimiche o semplicemente buche scavate nel deserto. Per quanto riguarda l’alimentazione, il cibo viene cucinato su fornelli a gas o fuochi all’aperto. Molti residenti sopravvivono con pensioni modeste, sussidi di invalidità, piccoli lavori occasionali o vendendo artigianato. Alcuni coltivano piccoli orti, altri fanno affidamento su donazioni e distribuzioni di cibo.

Nonostante le difficoltà, esistono spazi che alimentano la vita sociale.

The Range: un anfiteatro all’aperto costruito dai residenti, che ospita concerti e eventi.

Internet Cafe: alimentato da generatori, offre (o offriva) connessione wifi.

La biblioteca comunitaria: che fornisce libri.

Salvation Mountain: l’iconica montagna dipinta dall’artista Leonard Knight, attira visitatori e turisti che portano qualche entrata economica.

Fonte: Wikipedia
Perché scegliere Slab City

Le motivazioni che spingono le persone verso Slab City sono tanto diverse quanto i suoi abitanti. Per alcuni è una scelta filosofica: rifiuto del materialismo, desiderio di libertà dalla burocrazia e dalle convenzioni sociali, ricerca di autenticità o fuga da uno stile di vita che percepiscono come oppressivo. Per altri è una necessità economica, con affitti insostenibili nelle città californiane e pensioni insufficienti, Slab City offre un’alternativa dove è possibile sopravvivere con molto poco. Veterani con PTSD (disturbo post-traumatico), persone con disabilità o condizioni mentali avverse, trovano qui uno spazio dove possono “esistere” senza le pressioni della società. C’è anche chi arriva temporaneamente, in cerca di ispirazione artistica o di una pausa dalla routine. Il deserto, con i suoi tramonti infiniti e il silenzio profondo, esercita un fascino particolare su artisti, fotografi e creativi. Alcuni residenti parlano del senso di comunità, del fatto che qui vengono accettati per quello che sono, senza giudizi basati sul loro passato, aspetto fisico o status economico. In una società dove l’identità è spesso legata alla produttività e al consumo, Slab City offre uno spazio dove esistere secondo parametri diversi.

Fonte: Ruhi Cenet Documentaries
(da contenuto caricato)
Tiriamo le somme

Slab City è un luogo che nasce dalla convergenza tra il sogno americano della libertà individuale, e il fallimento del sistema nel fornire sicurezza economica e abitativa per tutti. È uno spazio di “resistenza culturale” e, allo stesso tempo, un rifugio.
Guardare a Slab City con empatia significa riconoscere che dietro ogni roulotte arrugginita, ogni baracca di lamiera, ogni tenda nel deserto, c’è una storia umana complessa e spesso affascinante. Ci sono scelte coraggiose e circostanze disperate, sogni di libertà e ferite molto profonde, creatività artistica e dolore. Questi abitanti sono persone che, per motivi diversi, hanno trovato in questo angolo desolato un luogo dove poter esistere alle proprie condizioni.
In un’epoca di standardizzazione culturale e urbanizzazione intensiva, luoghi come Slab City mantengono viva la possibilità che esistano alternative, che ci siano ancora spazi ai margini dove le regole possono essere riscritte. E forse, proprio in questa possibilità risiede il suo valore più profondo. In questo posto non si arriva per caso. Ci si arriva quando il resto del mondo ha smesso di funzionare, o quando si sceglie consapevolmente di uscirne. In un mondo che misura il valore delle persone in base a ciò che producono, che spazio resta per chi sceglie semplicemente di esistere?

Vorrei ora dedicare a voi lettori un pensiero..

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Luca Muzi

Castel Viscardo 📍

11 risposte a “Slab City: anarchia, sopravvivenza e dignità”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Spero riesca a sopravvivere a tanta brutalità.

    Piace a 1 persona

  2. Avatar Una mirada...

    Direi che si tratta più di un “collettivismo per necessità” che di una tipica comune anarchica, perché le comunità anarchiche non vivono necessariamente in condizioni precarie.
    Certamente, la maggior parte di coloro che vi risiedono lo fa perché non ha nessun altro posto dove andare, dato il brutale capitalismo prevalente negli Stati Uniti.

    Ma trovo interessante che esistano luoghi in cui un gruppo di persone si riunisce in comuni basate sull’assemblea, anche solo per sopravvivere.

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  3. Avatar Vincenza63

    Questo è uno di quei post che resterà nella mia memoria e nel mio cuore, perché ha smosso emozioni, ferite e sogni. Grazie Luca! ❤

    Piace a 2 people

    1. Avatar Luca Muzi

      Ti ringrazio tanto! Sempre molto gentile cara Vincenza 🙏

      Piace a 1 persona

      1. Avatar Vincenza63

        E tu sei davvero in gamba, Luca

        Piace a 1 persona

  4. Avatar Luca Muzi

    Grazie mille 🙏

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